Presentazione e note di regia
Quando Sebastiano Di Marco riuniva alcuni dei suoi colleghi docenti – gli Amici del Cerchio Rosso - per un reading privato di questo suo divertissement, era la metà degli anni Ottanta.
Un’era pre-cellulari, pre-dvd e con personal computer che oggi sarebbero antiquariato; per non parlare del web, una cosa che in Italia a quei tempi pochi sapevano cosa fosse, pochissimi avevano, ancor meno sapevano usare italianizzando il mezzo col nome di internèt.
La privacy, non ancora minacciata dalla rete globale, non era questo totem nel nome del quale oggi si consente e si vieta di tutto; saremmo quindi curiosi di conoscere la reazione dei vari Quattrone, Menichini, Pezzimenti, Longo, Scordino, Scopelliti (alcuni dei tanti professori che appaiono nello scritto originale di Di Marco) a questa “goliardata” del loro collega che metteva in burla i riti e le manie di un intero corpo docente: quello del Liceo Scientifico Da Vinci, dove Di Marco insegnava inglese, ma che potrebbe naturalmente appartenere a qualsiasi altro Liceo o scuola superiore.
Sin dal titolo – “LSD”, acronimo di Liceo Scientifico Davinci ma che si rifà alle esperienze allucinogene degli anni Sessanta e della contestazione - il fine dissacratorio è chiaro, come lo è il riferimento a persone e fatti niente affatto casuale.
E la dimensione allucinatoria non sta solo nel titolo, ma si avverte sin da subito nelle situazioni, nei paradossi, nelle citazioni cinematografiche, nei dialoghi improbabili, nella maldestra indagine poliziesca che impegna i protagonisti… fino al finale che mescola le carte con realismo e autobiografia.
La motivazione con cui l’autore ha scritto LSD è proprio quanto lo rende oggi di complessa traduzione scenica: i riferimenti ad individui precisi e conosciuti, con i loro tic e le loro debolezze, il non detto che si fa allusione da cogliere fra chi con quegli individui ha frequentazione quotidiana, tutto questo fa di LSD un “testo per affiliati”.
Inoltre, a più di 20 anni di distanza, alcuni dei protagonisti purtroppo non ci sono più, altri non amano farsi riconoscere, altri ancora cadono dalle nuvole a sentire nominare lo scritto (probabilmente non erano tra gli invitati ai reading!).
Resta però lo sguardo di Di Marco sul suo mondo (uno dei suoi mondi – la scuola - insieme al cinema, alla politica, alla letteratura…), ed è uno sguardo, a nostro avviso, di grande affetto, di comprensione per i limiti umani e strutturali della scuola moderna, come fosse una vecchia compagna di strada brontolona e un po’ incapace, da sfottere affettuosamente alla prima occasione possibile, senza la quale però, la vita sarebbe molto meno interessante.
Il lavoro registico è partito da questo sguardo “affettuoso” per spostarsi alla caratterizzazione dei personaggi: dei circa 30 professori citati nel testo si è cercato di cogliere i tratti più marcati e universali, sacrificando il dato biografico reale ma esaltandone la tipizzazione, sommando così i vari caratteri su 9 personaggi (oltre l’apparizione dei bidelli).
Il paradosso disegnato da Di Marco di una scuola perfetta per istruzione, cultura, civismo e, non ultime, infrastrutture e mezzi didattici, sopravvive nei dialoghi e nei “sacri riti” del corpo docente.
La scuola di LSD è una scuola perfetta – un sogno irraggiungibile per la scuola italiana di tutti i tempi – ma che i suoi “abitanti” vorrebbero ancora più efficiente, senza accorgersi che tale efficienza sacrifica il calore, l’umanità e persino la lucidità di chi ci lavora; gli allievi peraltro non appaiono, sono entità astratte, riferimenti sempre positivi ma spesso allo stesso livello di regolamenti e circolari.
E’ in questa fredda perfezione che esplode fragorosa la poesia, la passione civile e intellettuale, con i mezzi della clandestinità e della sedizione. E tutto l’apparato efficiente dell’istituzione si sbriciola, si rivela un gigante macchinoso e incapace di vedere al di là del proprio naso.
Il sogno allora si mescola alla realtà, la scrittura si fa strumento lenitivo alle quotidiane fatiche e il finale diventa un saluto da parte di chi già vede le cose del mondo da un punto di vista molto molto lontano.