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RACCONTO COSMICOMICO
dall’opera di Italo Calvino

adattamento e interpretazione Anna Calarco
Soundscape Giuseppe Costa
interventi fuori campo e consulenza scientifica Filippo Bonaventura
luci e tecnica Simone Casile

Produzione SpazioTeatro

Progetto co-finanziato con risorse PSC Piano di Sviluppo e Coesione 6.02.02 erogate ad esito dell’Avviso “Produzione teatrale 2022-2024″ della Regione Calabria – Dipartimento Istruzione Formazione e Pari Opportunità – Settore Cultura”.

 

Qfwfq è il narratore del viaggio fantastico che Calvino mette in scena nelle sue Cosmicomiche.
Personaggio palindromo, impronunciabile e irrappresentabile; a volte corporeo, a volte astratto, a volte bambino o mollusco, QfWfq afferma di essere stato protagonista di tutto: dal Big Bang alla formazione del sistema solare, dallo sviluppo del primo apparato visivo alle enormi, spaventose galassie infestate da buchi neri giganteschi.
Le Cosmicomiche sono il regno dell’impermanenza: il protagonista Qfwfq è tutto ed è niente, è maschio ed è femmina, è una particella elementare ma ha un corpo, è nel passato remotissimo ma è nel presente.
Qfwfq è quindi racconto puro, logos, pensiero che si fa parola e quindi carne per la necessità di raccontare, di ricordare, di testimoniare.
Qfwfq è pronto di volta in volta ad avallare con le sue memorie d’infanzia o di giovinezza ipotesi contraddittorie o addirittura opposte.
Ogni avventura inizia con Qfwfq alle prese con un teorema, una congettura, un’ipotesi della scienza moderna, pronto a giurare sulla sua verità e a raccontare episodi più o meno credibili che si sono verificati proprio perché le cose, a quell’epoca, andavano in quel modo.
E non importa se nel racconto che segue, le cose, a quell’epoca, sembrano andare in modo del tutto opposto. Qfwfq riprende a raccontare, ogni volta, da zero, affidandosi al suo potere evocativo, con le sole armi della propria oralità e delle immagini che ne scaturiscono.
I riferimenti della fisica passano in secondo piano: Qfwfq pretende di raccontarci del momento che precede l’inizio della dimensione spazio-temporale usando immagini quotidiane di spazio e tempo. E ogni racconto ha la sua, coerente, contraddizione.
Do I contradict myself? Very well then I contradict myself (I am large, I contain multitudes)“, sembra riprendere Qfwfq.
Questo è infatti anche il regno della moltitudine, dell’interdipendenza, della materia che trascende da sé e assume tutte le forme possibili, che è sempre la stessa ma non è mai uguale.

I tre racconti sui quali abbiamo scelto di lavorare – “Tutto in un punto”, “Sul far del giorno”, “La spirale” – hanno come filo conduttore
la perdita. C’è ogni volta un personaggio – o qualcosa – che Qfwfq ha perduto, momentaneamente o irrimediabilmente. Qualcosa che anticamente ha amato o aspettato. Qualcosa da ritrovare o rimpiangere.

Calvino scrisse: “per ogni cosmicomica parto da zero, come se fosse la prima che scrivo”.
Abbiamo pensato di rispettare questo criterio nello strutturare il racconto messo in scena: tra uno e l’altro c’è una cesura evidente, sottolineata dall’alternarsi degli enunciati scientifici da cui parte lo spunto. Ogni racconto procede “a onda”, fino al suo apice, per poi lasciare lo spazio, sonoro e scenico, al racconto successivo.
Tali enunciati, citati da Calvino nell’edizione originale del testo (1965), sono stati rielaborati, aggiornati, riscritti e registrati da Filippo Bonaventura, astrofisico e divulgatore, co-fondatore del format di divulgazione “Chi ha paura del buio?”.
Bonaventura è anche autore del brano che fa da prologo al nostro racconto, tratto dal suo volume Storia di un protone (Rizzoli 2023).

Dunque, come rappresentare l’irrapresentabile, l’impermanente, l’interdipendente? Dove cercare, oggi, Qfwfq?
Se è tutto voce, se è tutto necessità di raccontare, forse una delle sue infinite forme possibili si manifesta proprio dentro un teatro. Meglio, dentro un camerino teatrale: in quello spazio-tempo straniante che si apre tra la fine di una rappresentazione e il ritorno alla vita reale – e viceversa – che ogni attore e ogni attrice sperimenta. Ma anche ogni spettatore, ogni spettatrice. E se la voce, per raccontare, necessita di abitare un corpo, ecco che forse quello spazio può offrire una soluzione.
Una soluzione, però, appena accennata. Perchè quella che abbiamo scelto di mettere in scena, in questo caso, non è la storia di un personaggio ma una storia, letteralmente, universale. Non ci interessava delineare troppo un protagonista. Il nostro Qfwfq è un medium, un corpo che serve alla storia per abitarci, per vivere. Ed ecco che subito esce per abitare altra materia, altri corpi, altre persone.
Non è in fondo questo il mestiere dell’attore?

E cosa ne è dell’attore/attrice una volta finita la storia?
Esplodere o implodere? È forse questa la domanda?
L’epilogo è frutto di un’appropriazione indebita, da parte dell’attrice, dell’ultima Cosmicomica scritta da Calvino: “L’implosione (1984)”.