Il centro e il margine

intorno e oltre La Casa dei racconti di SpazioTeatro
di Gaetano Tramontana

Cosa è successo negli ultimi mesi dalle nostre parti?
Attenzione! È possibile, oggi, rispondere lucidamente a questa domanda, senza che immediatamente l’agenda dettata dall’informazione e dai social risponda per noi?

E la “Cultura”, nella nostra città, c’è? È rappresentata?
Attenzione! Anche la risposta a questa domanda è a serio rischio influenza social; il che significa che una massa di utenti indirizza il nostro pensiero immediato, i nostri riflessi reattivi.

Mi sono chiesto spesso in questi mesi, e in queste ultime settimane in particolare, cosa occupasse il centro dei nostri valori, e cosa invece tendiamo a spingere ai margini, oppressi da ciò che consideriamo impellenze. Ho notato che l’ingigantirsi a “dismisura social” di un virus sembri far riemergere istinti ancestrali: prima la mia tribù (i miei figli, la mia famiglia, assicurare loro scorte e sicurezza), come se non ci bastasse un “prima gli italiani”, “prima chi il lavoro ce l’ha”, “prima chi il lavoro non ce l’ha”, “prima il merito” ecc.

Mandando a quel paese un tessuto sociale già estremamente labile, per di più come se cinema, teatri, luoghi di aggregazione da chiudere e sospendere fossero qualcosa d’altro se non diverse e alternative “famiglie”, inclusive e quindi spesso più complete della “famiglia-clan”, della “famiglia-tribù”; quindi chi ci lavora, ci investe, ci spende idee, progetti – la vita, insomma – la finisse di rompere le scatole e si rendesse finalmente conto che… va beh, tutto bello, ma… prima la salute, prima la mia tribù!

E tutto il resto? Superfluo.

Ma noi ci sentiamo compagni del Lear shakespeariano, che con l’ultimo vigore restante reagisce alla figlia ingrata che gli erode a poco a poco tutti gli averi in nome della propria realpolitik: “Non parlarmi di bisogno! Persino gl’infimi mendicanti, nella loro miseria, hanno qualcosa di superfluo. Se si concede alla natura nulla più dello stretto indispensabile, la vita dell’uomo vale meno di quella della bestia.”

E così a SpazioTeatro non ce l’abbiamo fatta a non continuare a progettare… superfluo.

A proseguire in quella che ad oggi appare la più interessante, viva e appassionante rassegna teatrale organizzata negli ultimi anni; in cui una limpida drammaturgia contemporanea si è unita a interpretazioni emozionanti; la parola ha incontrato linguaggi differenti e lo spettatore, a fine performance, ci ha abbracciato idealmente con il suo grazie; e questo ad ogni spettacolo, dopo ogni incontro con gli artisti a fine serata.

Non ce l’abbiamo fatta ad abbatterci per il calo repentino delle presenze dopo la pausa natalizia, causato dal vecchio e conosciuto batterio della pigrizia, dell’afasia, della distrazione; tenuti fuori dall’epidemia, noi, grazie all’antidoto dei fedelissimi e dei nuovi entusiasti.
Mentre fuori si inasprisce la battaglia social tra “gli hamburger friendly” e “la cultura che non c’è”.

Ma di cosa parliamo?

Sia chiaro che a noi per primi duole vedere un teatro sulla strada principale della città trasformato in un’accozzaglia di tavolini e paradossalmente restituito alla piazza popolare – una piazza che però si malmena e non costruisce comunità ma la erode dalle fondamenta.

Duole aver perso un luogo in cui abbiamo lavorato per anni e che rappresentava l’unico spazio in città di dimensioni adatte alla drammaturgia contemporanea e al teatro per giovani che non vuole intruppare masse di ragazzini ma vuole parlare e comunicare di persona con ognuno di loro.

Cosa manca a chi si scandalizza della profanazione dei luoghi “sacri”?
A chi dice che nella nostra città aver perso un teatro chiuso da anni rappresenti la fine di tutto.

Quando SpazioTeatro diciotto anni fa ha iniziato a programmare in una sala ricavata da un’ex scuola di danza presa in affitto, aveva appena chiuso i battenti il Cine Teatro Margherita (chi se lo ricorda?), il Cilea ancora inagibile, il Teatro Siracusa (ma chi non sapeva fosse privato, prima di lanciarsi in disquisizioni, si è mai chiesto come mai a Reggio c’è un teatro che si chiama Siracusa?) un’aula universitaria prima che l’Ardis lo recuperasse al teatro affidandone la programmazione a Gianni Pinto (qualcuno che pretende di fare storia della struttura in questione l’ha mai sentito nominare?) poi a Polis Cultura oltre a farne la casa del laboratorio universitario di Renato Nicolini.

Noi avevamo fame, e abbiamo provato ad allestire una mensa in uno spazio sul quale nessuno era disposto a scommettere; siamo sopravvissuti con grande fatica, tra debiti e acrobazie, sacrificando anni e tanti rapporti personali, ospitando artisti da tutta Italia, nomi di primo piano della drammaturgia contemporanea; mai lamentando – denunciando sì – la disattenzione delle istituzioni, che dopo venti anni hanno ancora necessità di farsi spiegare cosa succede in Via S. Paolo 19/a.

Dove sono tutti questi commentatori del web che si stracciano le vesti?
Perché non la frequentano realmente quella che chiamano Cultura? Chi impedisce loro di alzare lo sguardo dai social e provare a guardarsi intorno? Chissà perché gli spazi culturali privati (come era il Cine Teatro Margherita e il Teatro Siracusa, e come altre piccole sale nate e chiuse negli anni) non ce la fanno nella nostra città?

Se la metà dei commentatori compulsivi venisse una sola volta a teatro spinto da curiosità per un luogo che programma da vent’anni, noi saremmo a posto, dovremmo raddoppiare le repliche.
Ma la curiosità, quella sana, è faticosa e pericolosa, rischia di scalfire le nostre certezze, molto più facile lanciare messaggi nella bottiglia di plastica del web.

Ma infine: in una città divisa in tribù, chissenefrega dell’Arte (è così che intendo il nostro lavoro, visto l’abuso del termine Cultura) se non forse la piccola tribù degli aficionados?

Ed eccoci, noi di SpazioTeatro, alla vigilia dell’ultimo spettacolo in rassegna: una nuova scommessa, il teatro canzone di Carlo Mercadante, un cantautore originale, anche lui lanciato nella sfida di una tournée in spazi teatrali indipendenti.

Eccoci, noi di SpazioTeatro, a ringraziare chi ci ha accompagnato sin qui: la passione di Lara Chiellino e Ulderico Pesce con il loro spettacolo sui Moti reggini; la dolcezza e sensibilità di Saverio La Ruina; la dirompente contaminazione linguistica di Turi Zinna; i corpi parlanti di Chiara, Giuliano, Rossella e Stefano in “Hermanos”; il rapimento intellettuale ed empatico di Ernesto Orrico e Massimo Garritano; e last but not least, i nostri spettatori vecchi e nuovi, assidui o compagni di una sera.

Perché noi ci siamo, e ci saremo, con il nostro lavoro e i fatti che produciamo.

Per chi non è che presenza fantasmatica fatta di like e commenti non sempre richiesti ma spesso autoreferenziali… beh, ci dispiace tanto. Ma non tutto è perso per loro. Chissà, imboccando una traversa del centro della loro città potrebbero scoprire un inaspettato mondo nuovo e finalmente reale.

Auguri.